QUO VADIS, AIDA?

di Jasmila Zbanic (Drammatico, 2020, Bosnia-Erzegovina, 101')

04, 05, 06, 07 aprile

Luglio 1995, Srebrenica. Mentre l’esercito serbo sotto la guida di Ratko Mladić ha occupato la città in cui vive con il marito e i due figli, Aida lavora come interprete per i Caschi Blu dell’Onu. In una posizione “privilegiata”, in cui può carpire informazioni e forse aiutare almeno i propri famigliari, Aida è testimone dei passaggi che porteranno alla più grande strage avvenuta in Europa dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Recensione

Mettere in scena un massacro realmente accaduto è una sfida improba e forse impossibile. La regista bosniaca Jasmila Žbanic affronta la sfida insidiosa di ripercorrere i passaggi che portarono alla più grande strage avvenuta in Europa dal secondo dopoguerra, quella di Srebrenica del luglio del 1995. Il risultato è Quo Vadis, Aida. Un film implacabile, sobrio, privo di retorica, classico, poco appariscente, ficcante, dolorosissimo. La scelta di Žbanic è quella di far crescere sottopelle la tensione, progressivamente, senza far vedere mai nulla di particolarmente violento e anzi evitando quasi completamente di far vedere violenze fisiche e sul finale solo alludendo, sfiorando soltanto ma in maniera straziante quel che è successo a migliaia di persone. La morte, il mattatoio, la pulizia etnica. Tutti noi sappiamo come andrà a finire. Infatti il film di Žbanic riesce in quello che, probabilmente, è il vero obiettivo di un lavoro di finzione di questo genere: farci mettere nei panni della protagonista, Aida, sospendendo la nostra consapevolezza su come è andata e sperando che qualcosa cambi, che concentrandoci su un personaggio anziché sulla “genericità” di quei 8.372 morti forse la micro-storia finirà meglio di quella Storia di cui l’intero Occidente dovrebbe continuare a vergognarsi. L’artificio retorico è più sottile di quanto non sembri perché se da una parte lo spettatore si concentra prevalentemente sui destini di Aida, di suo marito e dei suoi due figli, dall’altra c’è un’altra scelta molto importante, che limita il nostro campo visivo possibile, le violenze e gli abusi, e ci fa abitare un angolo molto parziale: Quo Vadis, Aida? è per lo più ambientato nella base Onu vicina a Srebrenica, sotto la guida degli olandesi, in cui Aida lavora come interprete. Siamo dentro a un luogo “sicuro” da cui seguiamo la storia di una donna che, trovandosi in una posizione “privilegiata” rispetto ai suoi concittadini, potrebbe forse carpire quelle informazioni essenziali per salvarsi o salvare i suoi famigliari. In un inevitabile meccanismo di immedesimazione, è naturale che lo spettatore desideri che Aida salvi se stessa e i suoi cari, dunque l’inevitabile prospettiva “privatistica” fornisce l’appiglio per dimenticare l’ineluttabilità di Srebrenica, l’ineluttabilità del già accaduto. Jasmila Žbanic vuole portarci emotivamente dentro all’inenarrabile strage e di certo non le interessa una prospettiva “privatistica”. Basterebbe il ricordo devastante di quel massacro per fare di Quo Vadis, Aida? un film con una ragion d’essere, ma la verità è che non basta mai un tema per fare un buon film: Jasmila Žbanic è ben conscia di avere il dovere, tanto più dinnanzi a questa vicenda raccapricciante, di usare moralmente e con intelligenza il cinema, di non ingannare chi guarda e tutt’al più fargli percepire cosa sia il meccanismo del racconto. Consapevole della materia ostica e dei pericoli che ha di fronte, la regista di Sarajevo fa breccia su più fronti: segue fino alla fine con grande empatia la protagonista, mette in scena la tragica inerzia dei militari olandesi cui era affidata la gestione della situazione, non è affatto reticente nel sottolineare quanto l’Onu tutta fosse disinteressata a mettere veramente mano a quello scomodo scenario bellico. È inevitabile che Quo Vadis, Aida? termini un po’ più in là, a guerra finita, ponendo l’inquietante domanda non solo di come sia stato possibile ma sopratutto di come sia possibile continuare e continuare a persistere, a restare . Nel film non vediamo immagini di morte. Ma immagini di bambini ignari, a scuola, con la straniante sensazione che l’umanità ricominci sempre da capo, di nuovo, da zero.

Elisa Battistini

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