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SHEEP IN THE BOX

di Hirokazu Kore’eda
(Giappone / 2026 / Drammatico / 126’)

09, 10, 11, 12 novembre

In un futuro prossimo, a Yokohama, la coppia dei Komoto, che ha tragicamente perso il figlio di sette anni Kakeru, decide di avvalersi di REbirth, un programma pensato per le famiglie nella loro situazione: riceveranno in prova gratuita un androide guidato dall’intelligenza artificiale, con le fattezze e i ricordi di Kakeru, destinato a diventare un surrogato in tutto e per tutto del figlio perduto.

Recensione

In un contesto contemporaneo in cui l’intelligenza artificiale è sempre più vicina a simulare il pensiero umano, pur rimanendo in parte un oggetto misterioso e indecifrabile, lavorare su immaginari di fanta-scienza che affrontano questi temi è particolarmente complesso. Da una parte, perché il rischio di tratta-re argomenti destinati a diventare rapidamente obsoleti è altissimo; dall’altra, perché la realtà, oggi, su-pera spesso l’immaginazione. La scelta di un autore radicato nel realismo umanista come Hirokazu Kore-eda di cimentarsi per la prima volta con la fantascienza in questo momento storico appare quindi al con-tempo curiosa e coraggiosa.
Il regista giapponese approccia il genere rimanendo ancorato al dramma e ai rapporti familiari, senza al-lontanarsi troppo dal proprio immaginario abituale. Il pretesto narrativo di Sheep in the Box è piuttosto semplice: in un futuro non troppo lontano, una coppia in lutto per la perdita del figlio decide di sostituirlo con un androide dalle sue stesse fattezze.
Paradossalmente, l’aspetto familiare, da sempre il punto di forza del cinema di Kore’eda, attentissimo ai vuoti e ai pieni delle relazioni, è qui la componente più debole. Poi, però, il film cambia radicalmente passo. Nella seconda metà emerge con più chiarezza l’intenzione del regista giapponese, interessato in questo caso a focalizzarsi non tanto sulle dinamiche familiari, quanto più su un’interessante relazione tra artificiale e naturale. Il film, come il suo protagonista sintetico, cerca il proprio senso nel provare a trovare una forma di integrazione non con le dinamiche sociali dell’uomo, ma con la natura incontaminata. Così, l’approccio quasi naïf con cui Kore’eda tratteggia gli aspetti tecnologici e l’inserimento degli androidi nella società gli consente di liberarsi dai vincoli più rigidi della fantascienza classica, mantenendo il racconto su un piano più universale. Proprio questa apparente superficialità iniziale permette alla seconda parte di sviluppare un discorso più libero, che privilegia la riflessione per certi aspetti inaspettata. Se spesso la fantascienza (da Black Mirror in poi) ha adottato uno sguardo apocalittico e pessimista nei confronti della tecnologia, Sheep in the Box sceglie invece di evitare il catastrofismo, raccontando la via di un possibile legame inedito tra natura e corpo artificiale. È affascinante infatti osservare come un androide introdotto per ricordare e sopperire a un passato distrutto da un evento traumatico diventi, alla fine, lo slancio verso un futuro inatteso e positivo. Kore’eda si dimostra bravissimo nel raccogliere in modo organico gli elementi disseminati lungo il racconto, arrivando a un punto d’arrivo coerente e a un pensiero che si rivelano, infine, pienamente nelle sue corde.

Francesco Ruzzier, cineforum.it