SIRĀT
(Spagna, Francia / 2025 / Drammatico / 120’)
Venerdì 27 marzo ore 20.30*
*Proiezione in Versione Originale Sottotitolata in italiano
Rassegna INTERFERENZE
corpi °° utopie °° identità
PREMIO DELLA GIURIA AL FESTIVAL DI CANNES 2025
Un padre e suo figlio giungono a un remoto rave nelle profondità delle montagne del Marocco meridionale. Stanno cercando Mar, figlia e sorella, scomparsa cinque mesi prima. Immersi nella musica elettronica e in una libertà selvaggia a loro estranea, diffondono instancabilmente le foto della ragazza. La speranza svanisce, ma i due persistono e seguono un gruppo di raver verso un’ultima festa nel deserto. Mentre si addentrano sempre più nell’immensità ardente, il viaggio li mette di fronte ai propri limiti.
Recensione
Appena iniziano a scorrere i titoli di coda del film Sirāt ci si ferma un attimo, seduti sulla poltrona, prima di alzarsi. Si lascia scemare l’angoscia accumulata e i plot twist che stordiscono e che, per qualche secondo, deflagrano nella mente. Perché la crudele e spietata disumanità di Óliver Laxe è visivamente disturbante, potente, quasi teatrale nella sua violenza reiterata, ma la visione e l’ascolto viaggiano sulle stesse rotaie di un treno verso la fine del mondo di cui non si ha idea se vi siano fermate intermedie. Un flusso continuo, martellante e pulsante di corpi vivi. Quelli di un rave nel deserto marocchino in cui un padre di nome Luis (Sergi López già ne Il labirinto del fauno) con il proprio figlio Esteban (Bruno Núñez Arjona) è alla ricerca dell’altra figlia più grande, Mar, che da mesi ha tagliato i rapporti con la famiglia ma che pare sia in un rave in Marocco.
Inizia così, tra la polvere del deserto con i soundsystem che pompano musica a volumi sovrumani di giorno e di notte, il terzo film del 43enne regista (ma anche attore e sceneggiatore) franco-galiziano Óliver Laxe recentemente convertito all’Islam, al suo quarto lungometraggio, prodotto da Agustin e Pedro Almodóvar – ricordiamo Fire Will Come e i precedenti Mimosas e You All Are Captains che col Marocco condividono parte delle ambientazioni. Premiato a Cannes dalla critica, ha continuato a raccogliere plausi a Chicago, Toronto e Los Angeles.
Il padre vaga per il rave fra corpi danzanti allucinati e techno a tutto volume fino all’alba come un’anima in pena, con lui il piccolo Esteban e la cagnetta Pipa, ma solo l’incontro con una compagnia di ravers nomadi creerà le prime reali connessioni umane tra due modi e mondi agli antipodi. Una cultura rave desertica che Laxe affronta magistralmente con rispetto, cura e minuzia fin dai primi secondi, tanto che di finzione c’è molto poco in quella prima parte: il rave era un vero evento organizzato da un collettivo di tekno traveller (la k è per differenziare il genere suonato nei free party o rave party da quello dei club spesso più “morbido”) che vagano per l’Europa e non solo. Così Laxe, dopo essere entrato in contatto e aver guadagnato la fiducia negli anni per poter girare in loco, ha avuto a disposizione 36 ore ininterrotte di rave. Questi erano i patti del collettivo con la produzione. Solo così si poteva raggiungere l’essenza pura e trascendentale di quell’esperienza: nessun attore professionista nel pubblico, ma solo nomadi punkabbestia che si scuotono, che ciondolano, che ballano, che danzano su equilibri precari riverberando nel deserto. Alcune volte guardano anche la camera, come a notare un corpo estraneo immesso nel loro ecosistema. Oltre a Errachidia e Erfoud in Marocco, le riprese si sono svolte in Spagna, tra Teruel e Saragozza con lo stupendo canyon rosso Rambla de Barrachina a stagliarsi sul cielo azzurro.
Il lavoro di sound design di Laia Casanovas è profondo e radicato alla ricerca dell’autentico, e dove non è possibile registrare sul posto serve riprodurlo e ri-registrarlo nel modo più fedele possibile. Dai semplici rumori del montaggio delle casse del soundsystem alla riproduzione della musica del rave. Dopo i tentativi falliti con plugin poco realistici e registrazioni con casse di qualità troppo alta, la soluzione finale è stata quella di registrare da speaker qualitativamente simili a quelli del party per far combaciare suono e immagine. La colonna sonora del producer francese di base a Berlino Kangding Ray (in uscita per Invada records fondata da Geoff Barrow, membro dei Portishead) e premiata col Cannes Soundtrack Award, inizia con una parte decisamente densa di frequenze basse, grezza e vibrante e ha una mutazione che segue l’andamento della pellicola. Una soundtrack estatica che catalizza varie emozioni fino a quelle più angoscianti dove synth e suoni più fini ma ipnotici e circolari trascendono fisico e mente, vita e morte.
In tutto questo apparato più musicale c’è quello fonico/ambientale che in un deserto ventoso non è certamente la parte più semplice ma il lavoro a stretto contatto con la fonica di produzione Amanda Villavieja ha permesso di raggiungere un mix sonoro dove musica, voci e dialoghi dei partecipanti al party con lingue diverse e rumori ambientali capaci di trasportare lo spettatore-ascoltatore direttamente lì, circondato da tutto. Una componente decisamente forte è l’impatto sonoro dei camion e dei veicoli dei che attraversano il deserto Come racconta il sound editor Oriol Donat, è costruito su tre piani sonori: il primo è legato al rombo di motore registrato in loco o ri-registrato con microfoni a contatto o interni; il secondo è il rumore dei pneumatici e dell’aderenza col terreno roccioso e desertico; l’ultimo è la struttura metallica dei veicoli che scricchiolano, cigolano e l’effetto delle lamiere. Dove il camion blu 911, ad esempio, per creare un impatto maggiore è stato estremizzato facendo tremare quasi lo spettatore in sala. E infine il vento reso così invasivo grazie all’assenza delle protezioni anti-vento all’esterno dei mezzi per creare una texture sonora a grana grossa o ruvida. Perché, è bene ripeterlo, suono e immagini sono intrecciate e indissolubili: unicum in evoluzione per tutta la durata.
Nicholas David Altea, wired.it

