SOPRA IL FIUME

di Vanina Lappa (Italia / 2016 / Documentario / 74’)

Anfiteatro di Palazzo Toaldi Capra
via Pasubio, 52 – Schio (VI)

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Recensione

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I(n)terazioni immutabili
Angelo, giovane cameriere di Caselle in Pittari, nel Cilento meridionale, vive nel tempo sospeso e fuori dalla storia che sembra caratterizzare l’intero paese. La comunità, ancorata a rituali più o meno antichi, è insieme nutrice e gabbia per il giovane; e tale è anche per il suo omonimo Angelo, barista più anziano di lui, con uno sguardo sulla vita più radicale e disilluso. I due dovranno decidere tra la permanenza e la fuga: ovvero tra due, contrastanti, idee di esistenza.
C’è costantemente una doppia dimensione, la percorrenza di un doppio binario, a guidare lo svolgimento di un lavoro come Sopra il fiume. Il documentario di Vanina Lappa, regista e montatrice italo-francese, è infatti saldamente ancorato alla terra che racconta, ai suoi rituali, al carattere misterico e al potere aggregante delle sue simbologie, ma contemporaneamente punta a mettere in scena la tensione con l’esterno, la pressione della modernità, la voglia di fuggire di alcuni abitanti del paesino che è teatro del film (quello di Caselle in Pittari, nel Cilento meridionale). La regista approccia qui il genere del documentario etnografico mettendo sempre in primo piano questa dialettica: lo fa fin dalla sequenza iniziale, che racconta il territorio attraverso un’antica leggenda che viene narrata al protagonista quand’era bambino, a illustrare lo sguardo sul fiume e sugli incontaminati territori che sovrastano e cingono il paese; poi, l’obiettivo si sposta sulla vita quotidiana della cittadina, sulla concretezza delle sue i(n)terazioni, sempre uguali a se stesse, su un tessuto sociale che sembra demograficamente condannato, incapace di favorire il ricambio tra generazioni, e quindi la sua stessa sopravvivenza.
Il lavoro della regista italo-francese, nonostante una durata abbastanza contratta (un’ora e un quarto in tutto) si rivela decisamente efficace nel cogliere le diverse componenti della vicenda collettiva della comunità; ciò, grazie a uno sguardo evidentemente avvezzo alle sovrapposizioni tra natura e cultura, e a una capacità non scontata di restituirne attraverso poche e pregnanti immagini (siano esse quelle di una processione che invade una strada di paese, o i frenetici frangenti del palio del grano) i segni più significativi.