SUMMER

di Kirill Serebrennikov (Russia, Francia / 2018 / Biografico, Musicale / 126')

Sabato 10 agosto, ore 21

Anfiteatro di Palazzo Toaldi Capra
via Pasubio, 52 – Schio (VI)

In caso di maltempo gli spettacoli saranno annullati.

Recensione

E la chiamano Estate
“Kirill Serebrennikov libero” gridano attori, produttori e tecnici di Leto sul red carpet del festival di Cannes. Perché il regista russo è in carcere dal 22 agosto per frode contro lo stato nel gestire i fondi del Gogol Center di cui è direttore artistico, ma molti sono convinti che sia un gesto politico per le sue critiche al governo di Putin sull’annessione della Crimea e sui diritti della comunità LGBT. E libero Serebrennikov lo è nel film che ha presentato al festival di Cannes, Leto (“L’estate”, in russo).
Un film che parla della conquista della libertà in un certo senso, raccontando la storia del rock sovietico degli anni ’80, concentrandosi su Mike Naumenko, uno dei cantautori maggiori e leader degli Zoopark, e sul giovane Viktor Tsoi e sui Kino. Il loro rapporto e quello con la moglie di Mike, Natalia, nella sceneggiatura di Mikhail Idov e Lily Idova, diventa lo specchio di una comunità giovanile persa in quel limbo tra ribellione e cautela, tra voglia di liberarsi dall’oppressione e lo spaesamento all’accorgersi che, con il disgelo, quell’oppressione non è davvero tale.
Ma soprattutto Leto parla di vita e della vitalità della musica, del bisogno culturale di ascoltare, amare e replicare: Serebrennikov lavora molto sul rapporto tra la musica e la cultura anglosassone – bramata e odiata dai russi in egual misura – e il contesto sovietico e riesce a comunicare con intelligenza l’ingenuità entusiasta di questo rapporto, tra canzoni originali che ricalcano inarrivabili modelli come Bowie o Reed (ma che egualmente comunicano, perché dentro c’è il segreto dell’ispirazione) e classici del rock rifatti come un videoclip dell’epoca, tra stonature, tentazioni musical e grafiche animate, tra verità e creazione.
Perché se la storia del rock è una storia di leggende da stampare al posto della verità, Leto sceglie di raccontare le sue storie mescolandole, guardando dritto negli occhi i suoi protagonisti – un trittico di bravissimi attori tra cui spicca la figura dolcissima di Irina Starshenbaum –, catturandone il dissidio tra vitalismo e disperazione (tanto Tsoi che Naumenko moriranno prestissimo consumati dall’alcool), mostrandone il romanticismo e le debolezze, dando vita a un periodo storico e culturale che attraverso di loro si apra al pubblico non russo. Un film maturo per Serebrennikov, libero nell’arte in attesa che torni a esserlo anche il suo corpo.

Emanuele Rauco mediacritica.it