THE POST

un film di Steven Spielberg (U.S.A. / 2018 / Drammatico-Storico / 118’)

sabato 10/02 - ore 20 e 22.15
domenica 11/02 - ore 16, 18 e 20.30
sabato 17/02- ore 20 e 22.15
domenica 18/02 - ore 16, 18 e 20.30

Prezzi riservati ai Soci
Intero: 6,5 euro
Ridotto: 5,5 euro (over 65 anni, under 14 anni)

Prezzi al pubblico
Intero: 7 euro 
Ridotto: 6 euro (over 65 anni, under 14 anni)

Recensione

In un Paese in cui tanti giornalisti fanno il salto della quaglia e si candidano a sinistra, a destra e laddove non c’è né sinistra né destra, la visione di The Post, l’ultimo film di Steven Spielberg, dovrebbe apparire strana. Non perché Spielberg sia ingenuo o idealista e consideri la stampa come totalmente immune da appartenenze politico e ideologiche; piuttosto perché vuole ribadire con forza il suo ruolo di controllo e di controcanto del potere.

Lo fa in un momento storico in cui tra Casa Bianca e stampa non corre buon sangue, e lo fa con rabbia. The Post è infatti, nella sostanza, un film arrabbiato, che raccontando la vicenda della pubblicazione dei “Pentagon Papers” da parte del Washington Post nel 1971 sembra seguire il detto manzoniano “parlar di Spagna per parlare d’Austria”. 

Parlar di Nixon per parlare di Trump. La rabbia che nel profondo attraversa il film non diventa mai declamatoria né urlata, espressa nei continui e spesso velocissimi movimenti di macchina che restituiscono la tensione di quei momenti, nelle carrellate che legano il rumore della stampa alla soddisfazione nel volto del giornalista e alle scrivanie che tremano o nelle magnifiche inquadrature in cui giganteggiano allo stesso modo le rotative dei giornali e i due protagonisti, il direttore del Washington Post – un Tom Hanks fantastico – e la sua editrice, la vera protagonista dl film, interpretata da una Meryl Streep superba nel delineare il passaggio da donna insicura del suo ruolo e trattata nell’ambiente quasi alla stregua di un elegante soprammobile a donna conscia delle proprie capacità e della propria posizione. 

A Nixon, per esempio, non viene concesso neanche l’onore di apparire davvero nell’inquadratura, sempre visto da lontano, quasi nascosto dalla tenda del suo ufficio e dalla penombra. Spielberg è sempre stato non solo un cantore di certi valori statunitensi, ma anche tra coloro più in grado di misurare il loro stato di salute. La libertà di stampa espressa dal primo emendamento è tra questi, e la sua importanza in un momento storico in cui è messa, per più motivi, in discussione viene ribadita. I due protagonisti diventano così un altro esempio del cittadino costretto a difendere gli ideali in cui crede, centrale nel cinema del nostro in particolare nell’ultimo periodo, anche a costo di andare contro le stesse istituzioni che di questi ideali dovrebbero essere i principali difensori. 

The Post continua quindi il lavoro di mitopoiesi, sempre ribadita e sempre in qualche modo ambigua e sfaccettata, della nazione trasformata dall’11 settembre e dalle sue eredità che Spielberg sta portando avanti e che ha trovato il risultato più contraddittorio ed evidente nel magnifico Lincoln; lo fa con chiarezza apparentemente classica, rabbia “liberal” e passione, e con almeno una manciata di momenti di cinema assoluto.