THE WORST PERSON IN THE WORLD

di Joachim Trier (Drammatico, 2021, Norvegia, 121')

18, 19, 20, 21 aprile

Oslo, oggi. Julie ha quasi trent’anni e non ha ancora scelto la sua strada. È passata dalla medicina alla psicologia alla fotografia e ad ogni scelta si è accompagnata una relazione. Ma la sua vita sembra non cominciare veramente mai finché non incontra Axel, autore di fumetti underground che hanno per protagonista un eroe politicamente scorretto. Julie va a vivere con Axel e si confronta con il mondo esterno – la sua famiglia e il suo “circolo narcisistico”, gli amici di Axel – con il costante progetto di fare figli messo sul tavolo (da lui). Ma l’irrequietezza della giovane donna non è ancora terminata, e il destino riserverà sia a lei che ad Axel parecchie sorprese.

Recensione

La persona peggiore del mondo è Julie. Giovane ragazza di Oslo che alla soglia dei trent’anni cerca di capire cosa vuole dalla vita, quali siano i suoi interessi, le sue passioni e le sue aspirazioni. E nel frattempo colleziona esperienze, cambia lavori, appartamenti e fidanzati. Si butta a capofitto nelle cose e poi si stanca, s’innamora e all’improvviso si accorge che è tutto passato, prende una decisione impulsiva dopo l’altra solo per vedere cosa succede… Insomma una ragazza come tante, senza nulla di strano, troppo bizzarro o particolarmente negativo. E allora perché è la peggiore del mondo? Forse semplicemente perché nei suoi comportamenti, nel suo modo di vivere e di gestire le relazioni, riconosciamo tutti una parte di noi stessi o di qualcuno con cui abbiamo avuto a che fare nella vita. E osservandola proviamo un certo imbarazzo, fastidio o senso di colpa, come per un lato di noi (o degli altri) che disapproviamo, ci mette a disagio e risveglia emozioni e ricordi sgradevoli. Il film di Joachim Trier – diviso in dodici capitoli più un prologo e un epilogo – è in realtà qualcosa a metà fra una commedia sofisticata e un neo-mélo pieno di idee, invenzioni e situazioni narrative. La storia di Julie diventa il pretesto per descrivere un mondo – e una generazione, quella dei trenta/quarantenni di oggi – in cui le relazioni, intese come quelle di coppia ma anche in senso più allargato, si stanno slabbrando sempre di più. Dove tutto sembra rivestirsi di un senso di precarietà e aleatorietà quasi sfiancante e nulla pare destinato a durare più di un tempo limitato. Julie non sa cosa vuole dalla vita, ma sa molto bene quello che non vuole. È egoista, immatura, a volte infantile e spesso si esprime per frasi fatte e banali. Eppure è anche di un’onestà disarmante, capace di vedere le cose per quelle che sono e incapace di accettare ogni condizionamento. Il suo essere “peggiore” sta quindi nell’essere l’eccezione, il rapporto di minoranza di un sistema di norme sociali cui appartiene ma al quale non pensa di doversi uniformare.

I capitoli del film in questo senso sono micro-storie esemplari che raccontano l’appartenenza impossibile e il vivere fuori norma della protagonista, ma sono anche lo spaccato, a tratti vertiginoso, del mondo in cui viviamo e delle forze che lo agitano. Percorrendo con la narrazione i luoghi più tradizionali di un rapporto di coppia – la visita ai rispettivi genitori, le vacanze con gli amici, la seduzione del tradimento, i litigi, la separazione, ecc. – Trier non risparmia nulla allo spettatore: nessuna meschinità, nessun dolore e nessuna tragedia, arrivando fino ad affrontare la morte, come approdo inevitabile. E virando i toni sarcastici della commedia a un nero via via sempre più cupo. In questo senso alla caducità di cui si diceva, si aggiunge anche l’ineluttabilità delle scelte, che non sono semplicemente giuste o sbagliate, ma sempre e comunque irreparabili. Nel bene e nel male. E la sorprendente intelligenza di Trier sta forse proprio qui, ovvero nella capacità di filmare attraverso la confezione tipicamente scanzonata della commedia (a volte forse anche eccessivamente arty e leccata) situazioni tanto complesse, stratificate e emotivamente coinvolgenti. E forse di riuscire a far vacillare qualche certezza in ognuno di noi, in primo luogo proprio su noi stessi.

 

Lorenzo Rossi

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