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TITANE

un film di Julia Ducournau (Drammatico/ 2020 / Francia / 108')

Sabato 09 ottobre - ore  21.00
Domenica 10 ottobre - ore 18.00 e 20.30

Vincitore della Palma d’oro al Festival di Cannes 2021

Alexia (Agathe Rousselle), ragazza con una placca di titanio conficcata nel cranio fin da quando era bambina, a causa di un incidente in auto. Ora è ballerina nelle fiere di automobili e le sue performance erotiche attirano le attenzioni degli uomini, ma lei, armata di un fermaglio, uccide chiunque le si avvicini troppo. Costretta a fuggire e a darsi alla macchia, assume l’identità di un ragazzo, Adrien, il figlio scomparso dieci anni prima di un comandante dei pompieri (Vincent Lindon) che lo introduce nella sua squadra, facendolo partecipe delle loro missioni.

Recensione

In un contesto, la caserma dei pompieri, che rappresenta per antonomasia il machismo, Alexia diventa il grimaldello in cui scalfire la corazza pompata e all’apparenza indistruttibile dei suoi componenti, scardinandone i rigidi codici. Tra di loro, il personaggio interpretato da Vincent Lindon (attore solitamente associato a ruoli “impegnati” che qui si offre fieramente alla “serie B”), che si pone come inflessibile comandante dei suoi sottoposti più giovani senza ammetterne repliche o critiche, ma che poi di nascosto si imbottisce di steroidi e che, tradendo un’anima fragile e tenera, si strugge per ricostruire il legame con il figlio perduto. E così l’incontro, l’unica sincera comunicazione tra questi due non avviene con le parole, ma attraverso i corpi, in balli improvvisati, momento per rivelare sé stessi senza filtri.
In definitiva, dunque, “Titane” è un’opera che non fa sconti, non lesina nella rappresentazione dei passaggi più crudi e del corpo femminile, inquadrato chirurgicamente nei minimi e scioccanti particolari. Evita qualsiasi psicologismo o malcelato moralismo che affliggono tanto thriller/horror contemporaneo (da “Santa Maud” all’ultimo Shyamalan): Alexia uccide senza fare distinzioni né esplicite ragioni, perché “Nessuno mi può giudicare”, come recita il titolo della canzone che le fa da sottofondo nella sua orgia omicida. E spiazza quando lascia spazio a parentesi ironiche nelle goffe dinamiche tra un “padre” in costante imbarazzo e un “figlio” duro ad aprirsi, per raccontare, in un finale che sa di epifania, della relazione (filiale? sessuale?: le etichette, i confini, restano volutamente sfumati) che si crea tra questi due reietti, due “macchine” che scoprono la propria natura umana. Un film che, collocandosi in un panorama consolidato e variegato, propone una visione, se non originalissima, pur sempre peculiare che non potrà lasciare indifferenti.


Luca Sottimano
www.ondacinema.it