TOUT S’EST BIEN PASSÈ

di François Ozon (Drammatico, 2021, Francia, n.d.)

25, 26, 27, 28 aprile

La vita di Emmanuèle Bernheim, scrittrice e sceneggiatrice francese, precipita con una telefonata. Il padre ha avuto un ictus e al suo risveglio chiede alla figlia di aiutarlo a morire. A sostenerla in quella missione impossibile ci sono Pascale, la sorella trascurata, e Serge, il compagno discreto. Debole e dipendente dalle sue ragazze, André è un uomo capriccioso ed egoista, incapace di comprendere il dolore che infligge alle figlie, mai amate come era necessario. Tra lucidità e terrore, Emmanuèle e Pascale navigano a vista nel dramma. Come rifiutare al proprio padre la sua ultima volontà? Ma come accettarla? Da bambina Emmanuèle ha sognato tante volte di ‘uccidere suo padre’, un genitore tossico e poco garbato, ma aiutarlo ‘a farla finita’ nella vita reale è un’altra cosa.

Recensione

Dopo la nostalgica estate di Estate ’85, dove una morte precoce apriva le danze al ricordo di una stagione vissuta nel fiore dell’età e delle forze, François Ozon sposta ora la sua cinepresa per raccontare la storia di un uomo anziano, stanco, pronto a separarsi da questa terra. Nessuna discoteca, nessun innamoramento, nessuna vacanza indimenticabile segnata da un tragico avvenimento, in Tout s’est bien passé è tutto l’opposto del film precedente: l’età anagrafica dei personaggi, i rapporti familiari e soprattutto la strada che porterà a esalare l’ultimo respiro. La storia è quella di due sorelle alle prese con le ultime volontà del padre. Colpito da un infarto infatti, l’uomo chiede loro di lasciarlo andare. Un compito non facile, non solo da un punto di vista affettivo e morale, ma anche burocratico viste le leggi vigenti in Francia.
Al di là della scrittura raffinatissima, dell’abilità da trapezista nel divincolarsi con estrema sensibilità e senso dell’equilibrio tra il dramma e la commedia (utilizzando persino il corpo degli interpreti per costruire gag fisiche dal sapore quasi slapstick) o le interpretazioni memorabili dei suoi primari (su tutti Sophie Marceau e un impeccabile André Dussollier), ciò che rende estremamente interessante e riuscito Tout s’est bien passé è il suo senso della misura. In effetti, a ben guardare, la pellicola tematizza proprio questo concetto. L’eutanasia è sicuramente centrale, ma più da un punto di vista narrativo che altro. Lo spunto di partenza permette ai personaggi, al regista e al pubblico insieme a loro, di interrogarsi sulla misura delle relazioni, delle scelte, della propria personalità. Ozon lavora quindi nuovamente sul confine inteso come limite, ponendo i suoi soggetti a fare i conti con la scelta di abitarlo, oppure valicarlo.

Il cinema dell’autore transalpino sovente spia, sbircia e tortura uomini e donne costretti a una scelta di questo genere. In Tout s’est bien passé le due sorelle dovranno quindi scontrarsi con la loro dimensione familiare, il rapporto con i genitori, quello con il passato e le conseguenze che potrebbero scaturire dalla loro scelta prima ancora di sconfinare, appunto, in Svizzera (dove il suicidio assistito è consentito). Ci si tocca spesso nel film, più che altro però ci si sfiora. Per un conforto, una carezza di consolazione, una lacrima di troppo. Il contatto fisico tra i personaggi è il momento, delicato ma importante, in cui due individui entrano in sintonia ed evadono dal bivio di fronte al quale Ozon li pone. Solamente seguendo le emozioni e lasciando da parte le restrizioni di una società democratica ma comunque asfissiante sarà possibile prendere una scelta sensata e consapevole. Senza quei gesti, senza quella vicinanza, allora avremmo a che fare esclusivamente con la fredda giustizia, ovvero il metro di giudizio che spinge Marceau (e noi con lei) a conservare in frigorifero un panino non proprio invitante pur di non gettarlo nella spazzatura.
Gli esseri umani però non sono commestibili, e anche quando giunti a una certa età, anche se hanno superato la data di scadenza, non potranno essere costantemente trattati seguendo ciò che è giusto fare, ma secondo quello che sia emotivamente sensato perseguire. Lì, nella scelta irrazionale, si concentra Ozon, si nasconde la vita, si palesa il sentimento. Solo lì si potrà dire che tutto è andato bene, al di là dell’esito.

 

Simone Soranna

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