TRE PIANI

di Nanni Moretti (Drammatico, 2021, Italia, 119')

08, 09, 10, 11 novembre

Una serie di eventi trasforma radicalmente l’esistenza degli abitanti di un condominio romano, rivelando le loro difficoltà nell’essere genitori, fratelli o vicini di casa in un mondo dove il risentimento e la paura sembrano avere la meglio.

Recensione

Tre piani, un film che parte dalla stratificazione di vite e microdrammi familiari elaborata da Eshkol Nevo nel suo omonimo romanzo e arriva a una elaborazione ulteriore dell’universo morettiano, cristallizzato nella forma algida, quasi inespressiva che impone alla messa in scena. Moretti adatta il romanzo come conseguenza di un percorso che lo ha portato a un dialogo implicito col superamento del confine privato dell’ego, un cammino che nell’abbattimento dei muri, nello scavalcamento dei confini proprietari, persino identitari, si sta aprendo allo sgomento del mondo (tutti i suoi ultimi film ne sono testimonianza).

 

Un passo oltre La stanza del figlio ci sono i Tre piani di questo condominio romano, livelli differenti di elaborazione della stessa problematica tensione dello stare insieme: al primo piano c’è il sospetto che diventa ossessione e dunque paura, quella nutrita da Lucio (Riccardo Scamarcio) che teme che la figlia abbia subito attenzioni morbose dall’anziano vicino sulla via della demenza, al quale lui e sua moglie Sara hanno l’abitudine di affidarla. Al secondo piano c’è la solitudine che diventa il buco nero della depressione, dunque ancora la paura, quella che attanaglia Monica (Alba Rohrwacher) quando mette al mondo sua figlia e il marito è lontano, su una piattaforma petrolifera in mezzo al mare. Il terzo piano è quello dell’abitudine che imprigiona gli affetti nella gabbia dell’ordine e perde di vista la sostanza delle relazioni, generando dunque ancora e sempre paura: è quella che paralizza Vittorio e Dora (Moretti e Margherita Buy), una coppia di giudici, alle prese con un figlio che non hanno saputo amare e che deve fare i conti col giudizio della legge per aver travolto e ucciso una donna mentre guidava ubriaco.

 

Ogni piano un livello di confronto con il dissidio tra la natura delle persone e il loro stare nel mondo: Moretti definisce degli spazi conclusi, rigidi, quelli di ogni storia, di ogni appartamento, di ogni famiglia, ma per tutti pone in essere lo stesso bisogno di libertà, di apertura al mondo. Come Habemus Papamcome Mia madre, come Santiago, Italia anche Tre piani è un film che parte da una condizione di chiusura, di separatezza dal mondo nutrita come spazio identitario e necessario, per spingersi sulla via di una liberazione che è dispersione nel coraggio dell’esistere come responsabilità morale del confronto. Ognuna delle storie che compongono questo trittico nasce da una fuga, dalla vertigine di uno smarrimento e dialoga proprio con la necessità infine conquistata dei protagonisti di uscire dal perimetro delle loro paure, di liberarsi in un mondo che accoglie nella sua generosità invisibile. È questa la responsabilità morale reciproca che gli abitanti dei Tre piani di questo condominio devono imparare a condividere, al di là della correttezza formale dei rapporti. Perché la strada opposta porta alla solitudine e dunque alla paura, che sono il vero spettro di ognuno.

 

Di Massimo Causo

Tre piani, di Nanni Moretti