TUTTO QUELLO CHE RESTA DI TE
(Cipro, Germania, Grecia / 2025 / Drammatico - Storico / 145’)
01, 02, 03, 04 dicembre
Miglior Film Internazionale al Sydney Film Festival e Golden Gate Award come Miglior Film Narrativo al San Francisco International Film Festival
Il film si sviluppa a partire da un evento drammatico: un adolescente palestinese, Noor, viene ferito durante una protesta contro l’occupazione israeliana. La narrazione si snoda attraverso il racconto della madre, Hanan, che ripercorre le tappe fondamentali della loro storia familiare, collegando il presente con il passato e il trauma intergenerazionale. La storia del nonno, costretto a lasciare la sua casa nel 1948, si intreccia con le lotte della famiglia per mantenere la propria identità e dignità di fronte alle difficoltà dell’occupazione. Il film, dunque, non è solo la storia di una famiglia, ma anche quella di un popolo, costretto a vivere nel ricordo di un evento storico che continua a definire il loro presente.
Recensione
Tutto quello che resta di te, il film diretto da Cherien Dabis, racconta un dramma che attraversa tre generazioni e più di settant’anni della vita di una famiglia palestinese. La storia inizia nel 1988, nella Cisgiordania occupata, dove Salim (Saleh Bakri) vive con la moglie Hanan (Cherien Dabis) e il figlio Noor (Muhammad Abed Elrahman).
Noor è un adolescente che corre tra le vie di Nablus, un’immagine vivida di gioventù intrappolata tra la speranza e l’umiliazione, mentre la città sbiadisce sotto il sole cocente e il degrado delle case. Il ragazzo, sempre più frustrato dalla passività del padre, si unisce alle proteste contro l’occupazione israeliana, ma durante uno scontro con i soldati viene ferito, segnando un punto di non ritorno per la famiglia. Mentre la madre racconta come suo figlio sia giunto a quel momento tragico, la narrazione si sposta nel passato e rivela le esperienze traumatiche del 1948, quando il nonno di Noor fu costretto a lasciare la sua casa a causa delle truppe israeliane.
Una rappresentazione potente della sopravvivenza di una famiglia palestinese, intrappolata tra le cicatrici di un trauma intergenerazionale e la lotta quotidiana per l’identità e la libertà. La storia non è solo quella di una famiglia, ma anche quella di un intero popolo, costretto a vivere nel ricordo di un’esperienza storica che continua a definire il suo futuro.
comingsoon.it
Un po’ di storia:
Nakba (in arabo “catastrofe”) è il termine con cui i palestinesi indicano la tragedia del 1948: la distruzione della loro società in Palestina e la trasformazione in profughi di gran parte della popolazione araba locale. In seguito alla guerra arabo-israeliana del 1948 e alla fondazione dello Stato di Israele, circa 700-800 mila palestinesi (oltre metà degli arabi di Palestina) furono costretti ad abbandonare le proprie case, spesso con la forza o sotto il terrore di massacri. Nell’arco di pochi mesi, 531 villaggi palestinesi vennero distrutti e almeno 11 quartieri urbani svuotati dei loro abitanti. Questo processo, pianificato dai comandanti sionisti a marzo 1948 e attuato sistematicamente durante la guerra, ha tutti i caratteri di una pulizia etnica deliberata. La Nakba segnò una frattura epocale nella storia mediorientale: non solo un immane sconvolgimento demografico e territoriale, ma anche un trauma politico e culturale dalle conseguenze durature per il popolo palestinese.
Lavinia Marchetti

