UN ANNO DI SCUOLA
(Italia / Drammatico / 102')
Sabato 11 aprile – ore 20.30
Domenica 12 aprile – ore 16.00 e 18.00
Ci sono dei finali che restano. Senza fare nessuno spoiler, in tutto il movimento che chiude Un anno di scuola, c’è una libertà e un’intensità così Nouvelle Vague. Ma non è compiaciuta citazione. Non ci sono sguardi in macchina. C’è uno slancio verso il futuro che apre nuovi orizzonti anche al cinema di Laura Samani. Come il bell’esordio di Piccolo corpo, anche questo secondo lungometraggio della cineasta è “un viaggio aereo dello spirito che si rivela nella densità del corpo” per usare le parole della recensione di quel film di Aldo Spiniello.
Recensione
Una trasposizione complessa che in questo modo è sia metafora del presente che rilettura amara del passato coloniale francese. AaIl corpo è quello di Frederika (detta anche Fred), una diciottenne svedese che arriva a Trieste per frequentare l’ultimo anno di scuola preso l’Itis Marie Curie; suo padre è stato infatti trasferito in città per motivi di lavoro. Si ritrova in una classe di soli maschi e attira subito l’attenzione di tutta la classe e in particolare di tre di loro: Antero, appassionato di letteratura, è il più riservato. Mitis è quello più protettivo. Pasini infine si presenta come il seduttore del gruppo ma nasconde un grande dolore. Fred vuole entrare a far parte del loro gruppo ed essere ammessa nel loro rifugio, (“La Trappola” che è una vecchia tipografia ormai fuori uso)
ma per riuscirci deve sacrificare qualcosa, anche quello che prova per uno di loro.Dal Friuli di fine Ottocento di Piccolo corpo si passa al 2007 di Un anno di scuola tratto dal libro omonimo di Giani Stuparich che è già stato adattato da un altro regista triestino, Franco Giraldi, nella miniserie del 1977. Ci si trova davanti a un coming of age piccolo nelle dimensioni ma che invece ha una vitalità e una verità dirompenti. Samani cattura i desideri e le inquietudini, i baci rubati (la scena del Carnevale è esemplare su come saper filmare le fughe/rivelazioni), gli isolamenti, le paure. Lo fa attraverso gli occhi prima di tutto della sua bravissima protagonista (interpretata da Stella Wendick) ma altrettanto convincenti sono i tre ragazzi (Giacomo Covi, Pietro Giustolisi e Samuel Volturno). Forse resta un po’ in disparte il ruolo del padre di Fred, un tagliatore di teste, e soprattutto l’effetto che ha sulla fabbrica dove i dipendenti (tra cui il padre di una delle ragazze) hanno organizzato un picchetto durante uno sciopero e i conflitti, appena accennati, che può alimentare. Però quello che conta è lo sguardo della protagonista. In questo Samani lascia avvertire tutto quello che prova: la pressione degli sguardi maschili, lo spaesamento iniziale, la voglia di integrarsi. Sotto questo aspetto richiama il cinema italiano d’inizio anni ’90. Possono essere tracce di Piccioni degli esordi (Il grande blek) ma anche Zanasi di A domani. Ma non sono riferimenti o modelli. Un anno di scuola ne è idealmente accomunato solo per quel clima di un cinema semplice ma efficace, d’immediato impatto. Rivelazioni e dolori. Si può fare ancora una dissolvenza tra Fred e Mignon, la ragazza francese protagonista di Mignon è partita. Ma Un anno di scuola è più bello del film di Francesca Archibugi proprio perché la sceneggiatura non sottolinea e descrive ma scorre come un fiume, con improvvise tempeste. Samani si muove nelle zone di un cinema di confine (quello tra Italia e Slovenia dove i controlli tra i due paesi sono stati aboliti nel 2007 in quanto entrambi hanno aderito allo Spazio Schengen), ma esplora anche quello tra maschile e femminile con finezza e, insieme, con passione. Mostra poi piccoli e grandi traumi: i vestiti rubati in palestra, la scritta sul muro della scuola, l’incidente di Pasini sulla strada. Soprattutto, ha anche momenti magici da brividi, come la simulazione del controllo alla dogana e il bacio sui vetri, che includono anche i provvisori isolamenti, con la vista della città dall’alto. Per questo Un anno di scuola è l’esempio di quel cinema italiano che ci piacerebbe vedere molto più spesso. Per Samani, in un film apparentemente diverso con il precedente ma in realtà simile per il legame con la protagonista e l’attenzione al ruolo fondamentale del paesaggio, una gran bella conferma.
Simone Emiliani, www.sentieriselvaggi.it cominciare dalla prima sequenza, composta da filmati d’archivio che in qualche modo celebrano gli anni dell’occupazione, immagini che oggi hanno tutt’altro significato considerato ciò che avvenne in seguito con la guerra d’Algeria che nel 1962 sancì la fine dell’occupazione e l’indipendenza algerina.La storia è tanto celebre quanto esile: Meursault (Benjamin Voisin) è un modesto impiegato che vive nell’Algeri occupata del 1938, una città segregata in cui arabi e francesi non hanno gli stessi diritti. Dopo aver partecipato al funerale della madre senza versare una lacrima e mostrare alcuna emozione, inizia una relazione occasionale con la bella Marie (Rebecca Marder), si lascia coinvolgere nei guai del losco e manesco vicino di casa (Pierre Lottin), finché su una spiaggia, in una giornata torrida, viene arrestato per aver sparato cinque colpi di pistola contro un arabo che aveva minacciato l’amico.Una delle principali sfide di questo progetto consisteva nel riportare la totale indifferenza alla vita del protagonista, un’apatia così radicale da rendere impossibili i rapporti con gli altri personaggi. A cominciare dalla relazione con Marie, donna sensuale desiderata fisicamente a cui però si rifiuta di dire “ti amo” perché tutto sommato inutile. Voisin (Estate ’85, Illusioni perdute) fa un grande lavoro di sottrazione sul personaggio di Meursault, tanto insopportabile quanto seducente, interamente svuotato da ogni possibile emotività. E sembra essere proprio questa la vera colpa del protagonista, almeno per quanto riguarda l’accusa nella lunga sequenza del processo. La morte dell’uomo arabo passa subito in secondo piano, ciò che viene realmente imputato a Meursault è il fatto di non essere stato un bravo figlio, di non aver versato lacrime al funerale della madre, di essere andato al mare e al cinema con una donna il giorno successivo, di non avere gli amici giusti e, infine, di non essere conforme alle norme della società civile. Quanta paura fa un uomo che compie azioni per noia, per caso, senza essere mosso da quelle emozioni primarie che sono alla base del comportamento umano. Lo straniero, il diverso, il dissidente, sono i reali nemici di uno stato colonialista di matrice oppressiva; Camus ce lo raccontava già nel 1942. L’étranger è una scommessa persa in partenza, se ci si limita a paragonare il film al romanzo, ma l’operazione di Ozon è riuscita perché ha mantenuto le sensazioni e le atmosfere di fondo che percorrono il racconto esistenzialista di Camus costruendo un impianto estetico e formale di grande eleganza, a cominciare dal bianco e nero abbagliante di Manuel Dacosse. Il coro di personaggi che si muove intorno al silenzioso protagonista aggiunge colore alla vicenda, come l’impeccabile Pierre Lottin, ormai un fidatissimo di Ozon, qui nelle vesti di un pappone strafottente sempre alla ricerca dello scontro, sia con gli agenti che con gli indigeni. Denis Lavant, come sempre imprevedibile, è il bizzarro vicino di casa che maltratta continuamente il cane, nonostante sia la cosa a cui tiene di più al mondo. E infine Rebecca Marder, di una sensualità dirompente e colma di emotività, esatto opposto del protagonista. È lei a essere la protagonista di una delle scene “aggiunte” dal regista, in un confronto con la sorella della vittima, in cui si osserva il dramma di sentirsi invisibili a casa propria, spogliati dai propri diritti. Non a caso il regista decide di accompagnare i titoli di coda con la splendida Killing an Arab dei The Cure. Ozon si è confrontato con uno dei testi più complessi del Novecento, un romanzo difficile da tradurre in immagini e da cui neanche Luchino Visconti, con la sua versione realizzata nel 1967, è uscito indenne. L’étranger non è un film perfetto, ma nel suo essere radicale e fin troppo fedele al romanzo riesce a immaginare una nuova prospettiva, uno sguardo contemporaneo e commosso verso gli oppressi e i condannati a morte della storia.
Federico Rizzi www.sentieriselvaggi.it

