UN LUNGO VIAGGIO NELLA NOTTE

di Gan Bi (Cina / 2018 / Drammatico / 118')

23, 24, 25, 26 novembre

Luo Hongwu fa ritorno a Kaili, a 12 anni di distanza da una relazione che non è riuscito a dimenticare. Fa il possibile per ritrovare la donna e per ricostruire quanto è avvenuto, ma i suoi ricordi si mescolano alla sua immaginazione.

Scheda tecnica

  • Titolo Originale

    Di qiu zui hou de ye wan

  • Regia

    Gan Bi

  • Paese, anno

    Cina,2018

  • Genere

    Drammatico

  • Durata

    110'

  • Sceneggiatura

    Gan Bi

  • Fotografia

    David Chizallet, Jingsong Dong, Hung-i Ya

  • Colonna sonora

    Chih-Yuan Hsu, Giong Lim

  • Montaggio

    Yanan Qin

  • Interpreti

    Jue Huang, Wei Tang, Sylvia Chang, Hong-Chi Lee, Yongzhong Chen

Recensione

Come è fatta la memoria? Come lavorano i ricordi? Una domanda su cui si interrogano da secoli scienziati e romanzieri come Proust, senza trovare una risposta certa. Deve essersi posto lo stesso quesito Bi Gan, che in Un lungo viaggio nella notte – il titolo originale è invece traducibile con “L’ultima notte sulla Terra”, a sua volta traduzione della raccolta di racconti “Chiamate telefoniche” di Roberto Bolaño – prova a dipanare la matassa di un ricordo che si confonde con un sogno e, forse, non è né l’uno né l’altro.

Proprio la sala cinematografica è al centro delle scorribande notturne della mente del protagonista Luo Hongwu: lì dovrebbe eseguire un delitto che sembra fallire, lì dovrebbe attendere il momento opportuno per un appuntamento. Ma si addormenta sulla poltroncina, poi sogna e il filo logico della consequenzialità degli eventi si smarrisce irrimediabilmente. Bi rivisita tecniche e ispirazioni del suo folgorante debutto, Kaili Blues, e in un certo senso lo reinventa, con un differente budget e ambizioni incontenibili.
La città natale di Bi, Kaili, è ancora al centro della narrazione, ossia dello stream of consciousness del protagonista. Musa e dannazione dello stesso è invece Tang Wei, incarnazione della donna amata, inafferrabile, inaffidabile, irresistibile. La sua leggerezza levitante richiama, come illustra la locandina internazionale del film, gli amanti di Marc Chagall, che Bi ricrea servendosi di tre tecniche cinematografiche, audacemente fuse tra loro: piano sequenza, 3D e un drone per effettuare riprese aeree.

Il segmento più onirico del film si serve di questa combinazione per trascinare con sé lo spettatore. Se questo si offre come complice al regista, il viaggio diviene una indimenticabile evasione gravitazionale: “se il mio corpo è di idrogeno, allora i miei ricordi sono di pietra”, sentenzia la voce over nell’incipit del film.

A intervalli regolari ritornerà a suggerire indizi che lo spettatore ritroverà lungo la strada – le torce per scacciare le api, i capelli rossi, gli uomini tristi intenti a divorare mele – per cercare di ricomporre un puzzle che, forse, non ha soluzione. E che ha radici più profonde di quelle che Hongwu preferisca ammettere, con una figura materna – interpretata dalla straordinaria Sylvia Chang – che si confonde e si duplica, anche cromaticamente, nella donna amata.
Forse è il film che più si avvicina alla visualizzazione dei meccanismi dell’inconscio; forse è solo uno splendido viaggio nel cinema e nella sua menzogna, fatto di frammenti di noir che paiono gocce di sangue rappreso, a cui nessuno può credere fino in fondo. Transitorio, come un fuoco d’artificio scoppiettante e destinato a spegnersi in men che non si dica.

Fonte: mymovies.it