UN SEMPLICE INCIDENTE
(Iran, Francia, Lussemburgo / 2025 / Drammatico / 101’)
09, 10, 11, 12 febbraio
Palma d’Oro Festival di Cannes 2025
Un’auto investe un cane lungo una strada buia. Un banale incidente. Ma “le cose accadono perché Dio vuole che accadano”, dice la moglie dell’uomo che sta guidando. Il caso, probabilmente, non esiste. La traiettoria delle cose si dipana secondo un’intima necessità. E così, subito dopo, il meccanico Vahid crede di riconoscere Eghbal, detto Gamba di legno, il più feroce e crudele tra gli agenti da cui aveva subito abusi durante la detenzione per motivi politici. È il suono dei passi a metterlo in allerta, il rumore sordo di una gamba finta. Ma non avendo mai visto in faccia l’uomo, ha bisogno di conferme. Parte così alla ricerca di altre persone in grado di identificarlo con certezza.
Recensione
Un semplice incidente è un film secco, essenziale, teso come una corda, in cui Jafar Panahi rinuncia a mostrarsi in prima persona, come aveva fatto in tutti gli ultimi lavori. Resistendo così alla tentazione di far della propria vicenda di oppositore un esempio di martirio. Così come mette da parte l’evidenza teorica del suo cinema. Per ritornare, invece, a quella linea del cinema iraniano che lui stesso ha contribuito a tracciare e costruire, quella capace di comporre il discorso politico a partire dal caso minimo, di risalire dall’accidente al generale. E così delinea una parabola limpida che ragiona sulle conseguenze della repressione politica, sulle sofferenze che non si alleviano, sull’inestinguibile sensazione di terrore che nasce dalla violenza subita. E sul confine tra vittime e carnefici che rischia di diventare troppo sottile per colpa dell’odio. In fondo, Un semplice incidente risponde a una duplice esigenza. Da un lato istituisce un processo inappellabile alle pratiche feroci del regime iraniano e alle follie dell’applicazione della sharia. In cui non c’è spazio per prove a discarico o attenuanti. L’orrore rimane tale. E chiunque lo compia, non può nascondersi dietro l’obbedienza all’autorità, la fede in uno Stato o in una religione. D’altro canto, sembra raccontare una specie di analisi di gruppo, tutte le incertezze e i tormenti di un processo di catarsi dal terrore e dal risentimento. Perché la liberazione possa davvero compiersi.
Se l’approccio di Jafar Panahi sembra perdere in complessità e in stratificazione, mantiene intatta la sua urgenza. Anzi acquista in nettezza e definizione. E seppure nei suoi eterni, irrequieti movimenti da road movie, che sia un’auto o un furgone poco importa, riesce a trovare momenti ironici, di distensione, di tenerezza (tutta la scena in ospedale), anche se a tratti suggerisce accenti teatrali, sprigiona una potenza reale, agghiacciante. Quella che, ad esempio, manca all’ultimo Mohammad Rasoulof, troppo concentrato sul funzionamento dei meccanismi narrativi e sull’esplicitazione della metafora. In questo cinema, invece, è tutto concreto, anche ciò che non si vede e non si riconosce. E, forse, non c’è mai davvero possibilità di pace o riconciliazione. L’eco della paura non si estingue. Anche se non ha forma e non ha volta, basta un suono di passi a farla risuonare.
Aldo Spiniello, sentieriselvaggi.it
In Un semplice incidente, la macchina da presa è come se rappresentasse lo stesso Panahi e ricoprisse il ruolo di uno dei partecipanti a questa sorta di road movie, dove l’obiettivo è l’occhio che osserva, è il Grande Fratello orwelliano che però, con il suo risvolto finale, non si prende una rivincita sul potere iraniano, ma continua una lotta forse interminabile ma necessaria da portare avanti. Il cinema di Jafar Panahi è legato a doppio filo col governo iraniano, da cui viene ispirato, grazie a cui risulta sempre così vero, reale, potente, portando così al risultato opposto rispetto a quello dal governo stesso desiderato. Questa volta però, Panahi è evidentemente pessimista e quel finale aperto ne è la dimostrazione. Non mollerà di certo, ma il suo è anche un grido di aiuto, in primis verso i suoi colleghi – Saeed Roustaee, che è anch’esso in concorso a Cannes78, è stato attaccato per non essere abbastanza duro nei confronti del governo e sul modo in cui viene riportato il velo nelle donne nei suoi film – perché la lotta è lontana dall’essere terminata.
Gabriele Maccauro, 4pareteita.it

