UN UOMO DEL SUO TEMPO
(Francia, Belgio / 2026 / Drammatico - Storico / 155’)
18, 19, 20, 21 gennaio
Miglior Sceneggiatura Festival di Cannes 2026
Emmanuel Marre racconta la storia di Henri Marre (Swann Arlaud), un ingegnere fallito che arriva a Vichy nel settembre del 1940, sotto il regime di Pétain, in cerca di ascesa sociale attraverso le teorie dell’efficienza manageriale, mentre sua moglie Paulette (Sandrine Blancke) osserva con crescente lucidità il suo progressivo invischiamento negli intrighi della Collaborazione. Henri Marre raggiunge Vichy avendo lasciato la famiglia a Parigi. Ha con sé copie del libro che ha pubblicato, dal titolo Notre salut. All’età di 49 anni è convinto di poter trovare nell’amministrazione del collaborazionista Pétain il luogo in cui poter mettere in pratica le sue teorie, che uniscono patriottismo ed efficienza. Dovrà, con lo scorrere del tempo, fare i conti con le sempre più perentorie richieste dei nazisti.
Recensione
Emmanuel Marre riattraversa una storia di famiglia. Quella del bisnonno Henri, che, subito dopo l’occupazione tedesca, pubblica un manifesto teorico e patriottico dal titolo Notre Salut (La nostra salvezza), per diventare poi funzionario del ministero del lavoro della Repubblica di Vichy, nell’ufficio incaricato a contrastare la disoccupazione. A partire dalla corrispondenza tra Henri e sua moglie Paulette, dalle lettere che si inviano in quegli anni, Marre disegna il ritratto di un uomo che cerca in tutti i modi di integrarsi nel nuovo ordine, per garantirsi un’occupazione stabile e dar prova della sua fedeltà alla linea del maresciallo Pétain, ma soprattutto per sfuggire ai fallimenti del passato. Quelli che hanno dilapidato le proprietà della moglie in una serie di affari sbagliati e che hanno irrimediabilmente compromesso il matrimonio. Ma anche un uomo che rimane intrappolato in una rete ambigua di compromessi, silenzi, connivenze, di miopi opportunismi. Al punto da non aver alcun sussulto morale di fronte agli abissi del collaborazionismo e ai sempre più evidenti piani criminali nazisti.
Ispirato a vere lettere scritte dal bisnonno di Emmanuel Marre, il film evita il comodo romanticismo delle figure storiche per concentrarsi sulla banalità dei “crimini burocratici”. In questo film ambientato negli uffici della burocrazia, il regista rifiuta i cliché dei drammi in costume, giustapponendo la realtà contemporanea dell’austero frastuono della burocrazia provinciale con l’anacronistica musica synthpop, funk ed electro degli anni ’70 e ’80, che funge da potente strumento di distanziamento dalla banalità del male.
A prima vista, una vicenda che poteva essere uno spunto perfetto per il cinema italiano degli anni ’60, alle prese con le miserie e le meschinità della storia. Ma Emmanuel Marre non segue né la strada della commedia feroce né della ricostruzione del quadro storico, nonostante la scelta di rispettare il più possibile la fedeltà delle ambientazioni. Certo, vuole raccontare il modo in cui il consenso fascista si nutre del conformismo, della paura, dell’opportunismo. Ma la sua prospettiva è più dimessa, osservativa. Si concentra sui silenzi, gli spaesamenti e i timori di un protagonista che si affanna ad adattarsi alla marea montante. Perché se il film si regge innanzitutto sulla convincente e dimessa interpretazione di Swann Arlaud, che compare praticamente in ogni inquadratura, è decisivo il modo in cui Marre coglie la sua presenza negli ambienti (e nel tempo). Molto spesso in una posizione di isolamento e di disagio, marginale, impallata dalla folla. Come quando qualcuno non riesce a trovare un posto a favore di obiettivo e si sforza di apparire nella foto. E le inquadrature di Marre sembrano sempre voler sottolineare questa mancanza di spazio e di aria. Sono sempre molto vicine ai personaggi, ripresi spesso dal basso verso l’altro, tanto da limitare la percezione dello sfondo. E invece di adattarsi alla logica geometrica dei campi e dei controcampi, preferiscono seguire la scia di un movimento costante, come un perenne agitarsi nella bolla.
Certo, alcune scelte sembrano essere più facili, “di moda”, come l’utilizzo anacronistico e spiazzante di canzoni moderne. Ma alla fine, resta la sensazione viva e desolante di un personaggio che si lascia andare alla deriva. Nella distanza abissale che lo separa sempre più dalla moglie. Nell’incapacità di assumersi una vera responsabilità e di comprendere da che parte stare.
Vertiginoso e terrificante. La potenza sonora del film non si limita alla musica. Il montaggio interrompe bruscamente i dialoghi più volte, lasciando i personaggi a agitarsi in silenzio, esponendo il loro opportunismo e la loro codardia. Inoltre, la lettura ad alta voce di vere corrispondenze da parte di Swann Arlaud e Sandrine Blancke offre un contrappunto malinconico, intimo e umano al cinismo della macchina amministrativa di Vichy.
Aldo Spiniello, sentieriselvaggi.it
cinezik.org
Siamo negli anni Quaranta della Francia occupata, potremmo essere nel 2026. Questo però il regista non lo stigmatizza, pur scomponendo la ‘fedeltà’ storica con le sue scelte musicali – Life is Life degli Opus, Popcorn di Gershon Kingsley – nel ritmo di un balletto meccanico, e via dicendo. Sta a noi spettatori prendere il nostro posto, fare la nostra scelta, cercare quello che è il nostro tempo di fascismi e di repressione nelle fratture. La storia è lì con il suo oggi.
Cristina Piccino, il Manifesto

