UN'OMBRA SULLA VERITÀ

un film di Philippe Le Guay
24 - 25 - 26 - 27 Ottobre

A Parigi, Simon ed Hélène decidono di vendere una cantina nello stabile dove abitano. Un uomo dal passato torbido l’acquista e ci va a vivere senza dire niente a nessuno. Piano piano la sua presenza sconvolgerà la vita della coppia.

Recensione

Intervista al regista

Ci racconta la genesi del progetto?

Circa una quindicina d’anni fa, una coppia di miei amici decise di vendere la propria cantina a un uomo che voleva usarla per i suoi archivi. Nessun sospetto aleggiava all’orizzonte e gli consegnarono la chiave della cantina nello stesso momento in cui incassarono l’assegno. Mai avrebbero sospettato che quella cantina sarebbe diventata il posto in cui l’uomo si sarebbe fisicamente sistemato. La vendita, di per sé banale, si è trasformata presto in un incubo. L’acquirente si è rivelato un vero e proprio neonazista, uno dei pilastri del negazionismo in Francia.

Quando ha cominciato a interessarsi alla vicenda, di per sé anomala?

Mi sono avvicinato alla storia sin da subito, nel 2009, quando l’uomo in cantina era stato appena cacciato. Mi hanno permesso di raccontare la loro storia a patto di non esporli troppo. In un primo momento, non mi interessava affrontare l’argomento negazionismo ma la situazione era così folle che non riuscivo a non ritornare sui fatti. Con l’aiuto dello sceneggiatore Gilles Taurand, abbiamo allora deciso di apportare due rivelanti modifiche. La prima riguardava il personaggio di Fonzic, interpretato nel film da François Cluzet: non più un nazista in senso stretto ma un insegnante di storia, allontanato dal Ministero dell’Istruzione per negazionismo. Il secondo cambiamento riguardava, invece, l’identità della coppia. Nella realtà, erano due ebrei appartenenti a famiglie i cui componenti avevano vissuto il dramma e l’orrore della deportazione. Non essendo io ebreo, ho sentito la necessità di creare una coppia mista.

Fonzic continua però a definirsi vittima.

Cèline ci ha abituati a questi grandi capovolgimenti di fronte. Quando si ascoltano i suoi discorsi sul dopoguerra, assume la postura del visionario, del famoso cane da slitta che vede i pericoli ma che viene colpito per primo. Fonzic adotta la stessa retorica: non fa altro che porre domande e tutti se la prendono con lui. La cosa peggiore è che finisce per crederci davvero. Fonzic vive profondamente il suo sentirsi vittima e ciò gli conferisce una certa dignità.

Come si è avvicinato alla rappresentazione di Fonzic?

Per principio, mi sono imposto di non adottare mai il suo punto di vista. Non lo accompagno nella sua cantina, non lo mostro nella sua quotidianità. Non è tanto la sua realtà che conta ma l’onda d’urto che provoca intorno a lui, il modo in cui diventa un’ossessione per tutti i personaggi. Viene sempre filmato mentre affronta gli altri, che si tratti di Simon o di sua figlia Justine. La sua presa è mentale: instilla il dubbio nella mente, come veleno. Vive in cantina, nell’ombra, pronto a palesarsi.

Fonzic è come una cellula cancerogena che produce metastasi nell’edificio.

Volevo realizzare dei campi lunghi del cortile e della facciata. La sua presenza è una sorgente radioattiva che si irradia intorno a lui. La prima vittima è la coppia. Simon è un uomo civilizzato, pieno di empatia, la cui benevolenza in un primo momento lo porta a indignarsi per la situazione di Fonzic. Come può un uomo così rispettabile accettare di vivere in una cantina? La sua utopia umanista è violentemente minata. Si ritrova come indifeso di fronte a Fonzic, che non vuole fare i conti con la società, che sceglie di vivere in una cantina e che non ha nulla da perdere.