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VITA PRIVATA

un film di Rebecca Zlotowski
(Francia / Thriller - commedia / 105')

Sabato 20 dicembre – ore 20.00
Domenica 21 dicembre – ore 16.00, 18.00 e 20.30
* Proiezione in Versione Originale Sottotitolata in italiano

Fin dai titoli di testa, sui quali esplode il riff indimenticabile di Psycho Killer dei Talking Heads, si intuisce che il nuovo film di Rebecca Zlotowski si divertirà a giocare con i cliché, con le abitudini degli spettatori, con i corsi e ricorsi narrativi. È infatti una psichiatra la protagonista di Vie privée (Vita privata), con la sempre splendida Jodie Foster che interpreta la dottoressa Lilian Steiner, statunitense di nascita e formazione accademica ma francese – per l’esattezza parigina – da svariati decenni. Nella città fondata dai romani come Lutetia Parisorium Lilian ha avuto tempo di sposarsi (con Gabriel, incarnato da Daniel Auteuil, professione oftalmologo), avere un figlio che l’ha da poco resa nonna, divorziare e soprattutto gestire uno studio nel suo splendido e ampio appartamento al centro della città. Uno studio frequentato dalla crême de la crême parigina, anche perché le sue parcelle non sono certo economiche. Quando una delle sue pazienti muore suicida, la donna si presenta alla veglia funebre, dalla quale viene cacciata in malo modo dal marito della defunta (Mathieu Amalric); raggiunta dalla figlia della sua oramai ex paziente, riceve in dono un messaggio cifrato, forse l’indizio di qualcosa di oscuro. E se non si fosse trattato di suicidio ma bensì di un delitto perpetrato con così tanta perizia da non suggerire dubbi o illazioni di sorta?

Recensione

Principia da qui Vita privata, ma Zlotowski non ha alcun interesse a muoversi davvero nel campo del giallo, o della detection. La sua stella polare semmai sembra il Woody Allen di Misterioso omicidio a Manhattan, con lo svolgersi dell’inchiesta privata – come la vita del titolo, a ben vedere – che viene ben presto soppiantato dallo studio della psicologia della protagonista; il tono non è mai davvero umbratile o inquietante, ma si muove nelle timbriche della commedia borghese. La scrittura evita però di travalicare completamente il campo del ridicolo e di tramutarsi in pochade, preferendo poco per volta e in modo sottile indagare a sua volta questa donna trapiantata in Francia dagli Stati Uniti. La regia di Zlotowski appare ispirata e sa come condurre in porto un prodotto commerciale di buon gusto, divertente, consapevole di reggersi sulle spalle solide della sua splendida interprete ma anche in grado di sostenere questa prova con un nugolo di attori in forma, pratichi della sottile linea di demarcazione che solo sulla carta divide il trauma/sogno dalla commedia, l’ipotesi comica da quella tragica. Così Zlotowski, alla sua sesta regia e in questo alla sua prova più, si permette anche di ragionare sulla morte liberando la visuale da ogni punto di vista, e ponendo al centro del discorso la tenerezza della fallacia umana, anche quando si ostina disperatamente a scoprire il vero, senza rendersi conto che è esso stesso privato, e dunque inestricabilmente falso.
P.S. In una brevissima sequenza Lilian Steiner va a confrontarsi con quello che fu il suo psichiatra prima di divenire suo docente e mentore. A incarnare l’uomo è Frederick Wiseman, tra i più grandi documentaristi della storia del cinema, a sua volta statunitense trapiantato in terra francese.
Raffaele Mele, www.quinlan.it